Sono sempre stato portato a farlo, ma ho capito che è del tutto inutile erigere monumenti, restare aggrappati al passato: i vecchi morti devono lasciare spazio ai nuovi perfino nei cimiteri, figurarsi se questo non accade con i vivi. Non ci rassegniamo alla morte e l'amore non è che una promessa d'eternità impossibile da mantenere.
A restare, dopo il sogno di immortalità, è un mediocre ma realistico istinto di sopravvivenza.
So finalmente che il nostro è semplicemente un passaggio, che prevede soltanto il tempo di uno sguardo sulle persone e sul mondo. Mi sta bene così, questa consapevolezza amara piuttosto che un'illusione drogata.
Dell'ultimo viaggio, mi resta il mio stesso sguardo su Guernica, sulla guerra e sullo strazio, le bocche aperte e lacerate dall'urlo. La mia necessità improvvisa, trattenuta, di piangere, inconcepibile in pubblico, senza un motivo apparente o per ogni possibile, intima ragione. Ricordi sfocati, evocazioni indefinite. Ad ogni modo, un passaggio anche questo.
Mi restano il volto di Silvana - occhiaie da ballerina di flamenco, sorriso impossibile da equivocare - e quello di Raquel - la creola rivoluzionaria, la 'compañera' dagli occhi scuri, vino rosso e Coca-Cola - Ancora immagini e sguardi, ma dove sono fuggiti, adesso?
E mi resta il mio sguardo su quello felice dei miei figli. E non mi serve nessun altro sguardo per essere a mia volta felice. Ma so bene che anche questa felicità non è altro che un frangente.
Il mio sguardo, così simile a quello dei grifoni, guardiani che volteggiano tutti i giorni sulla strada su cui non eravamo altro che passeggeri, anche noi alla ricerca di un pezzo di carne putrefatto dal sole in mezzo alla sterpaglia.
Questi uccelli lo sanno per primi, che non esistono monumenti e che i vecchi morti sono da consumare, nell'attesa dei nuovi.

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